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Congresso Cgil: a rischio agibilità democratica “La Cgil che Vogliamo” si autosospende dalla Commissione di Garanzia
Comunicato Stampa dei firmatari della mozione "La Cgil che vogliamo" Domenico Moccia, Nicoletta Rocchi, Gianni Rinaldini, Carlo Podda, Giorgio Cremaschi, Maurizio Scarpa
La Commissione di Garanzia congressuale della Cgil, nella riunione tenutasi ieri notte, ha assunto una delibera che modifica radicalmente le modalità di elezione dei delegati da sempre usate in CGIL, falsando irrimediabilmente il risultato finale del congresso. Quanto avvenuto ieri notte in Commissione di Garanzia, organo terzo statutariamente preposto al controllo della regolarità dello svolgimento delle procedure congressuali, è di gravità inaudita.
A fronte di diffusi comportamenti nei territori e di un preciso orientamento della presunta maggioranza di assumere una decisione tesa ad alterare il voto liberamente espresso dalle assemblee di base, i componenti la Commissione di Garanzia della mozione "La CGIL che vogliamo" hanno deciso di autosospendersi.
La Commissione, pure in presenza di un atto così grave, ha deciso di proseguire la riunione e di assumere tale delibera.
La mozione "La CGIL che vogliamo" si convoca per sabato mattina in CGIL per assumere tutte le iniziative necessarie a ripristinare trasparenza e legittimità nelle procedure congressuali.
Su questi temi è convocata una conferenza stampa per martedì 2 febbraio.
Roma, 27 Febbraio 2010 http://www.lacgilchevogliamo.it/cms/lettere/a-rischio-agibilita-democratica-la-cgil-che-vogliamo-si-autosospende-dalla-commissione-di-garanzia
Congresso Cgil: Panini, nessuna irregolarità
“Le affermazioni circa una presunta alterazione dei dati relativi al voto delle iscritte ed iscritti nelle assemblee in corso per il 16° Congresso della CGIL, rimbalzate su alcuni organi di informazione, sono assolutamente destituite di ogni fondamento”. E’ quanto afferma in una nota il segretario confederale della CGIL, responsabile d’organizzazione, Enrico Panini. “Le assemblee - aggiunge - si svolgono sulla base di un rigoroso Regolamento approvato all’unanimità dal Comitato direttivo e in ogni provincia sono costituite Commissioni, rappresentative di tutte le posizioni congressuali, deputate a dirimere ogni contestazione. Il Congresso della CGIL si basa sul voto delle iscritte ed iscritti, sull’applicazione del proporzionale puro e rende impossibile ogni interpretazione tesa ad alterare il rigido rispetto del voto nella definizione dei delegati spettanti ad ogni mozione e nella determinazione del rapporto fra queste. La stessa Intesa fra segreteria della CGIL e SPI - prosegue il dirigente sindacale -, contestata da alcuni dirigenti, che mette a disposizione delle categorie dei lavoratori attivi una parte di posti spettanti a delegati appartenenti al Sindacato pensionati, si svolge nel rigido rispetto dei consensi ottenuti da ogni mozione nelle assemblee di base del sindacato pensionati”. Infine, conclude Panini, “a due terzi dei congressi di base già svolti, i ricorsi verso assemblee presentati alle Commissioni di Garanzia provinciali sono inferiori, e di molto, a quelli presentati in occasione dei precedenti Congressi. La stragrande maggioranza dei ricorsi è stata accolta o respinta con voto unanime delle Commissioni. Ciò, a maggior ragione, conferma la bontà ed il rispetto delle regole”.
http://www.rassegna.it/articoli/2010/01/28/57602/congresso-cgil-panini-nessuna-irregolarita
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| CIVILTA' |     |
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http://www.rassegna.it/articoli/2010/01/5/56631/lanno-orribile-delle-carceri-italiane
Italia2013
L’anno orribile delle carceri italiane di Stefano Anastasia
Il 2009 è stato l’annus horribilis delle carceri. I 58mila detenuti del 2008 sono diventati 65mila. In un sistema penitenziario che non ne potrebbe ospitare più di 43mila. Il collasso del sistema penitenziario, una catastrofe umanitaria, è alle porte
Articolo tratto da Italia 2013 Titolo originale: 65.774 auguri di un anno migliore! Il 2009 è stato, come si è cominciato a scrivere, l’annus horribilis delle carceri italiane. I 58134 detenuti del 31 dicembre 2008 sono diventati 65774 il 10 dicembre scorso: 7600 e passa detenuti in più, in un sistema penitenziario che – per strutture, risorse e personale – non ne potrebbe ospitare più di 43mila. Il collasso del sistema penitenziario, una vera e propria catastrofe umanitaria, è alle porte mentre a Roma si discute. E’ più di un anno che il Governo promette il suo fantomatico piano straordinario di edilizia penitenziaria. Non serve a niente e glielo abbiamo detto in ogni modo, da un anno a questa parte: per costruire i posti detentivi necessari alla bisogna servono soldi e tempo e il Governo non ha né gli uni né l’altro. Intanto in galera si muore: di botte, di incuria o per mano propria. Il 12 gennaio, alla Camera dei deputati, si discuteranno le mozioni sul carcere. Il Governo che farà? Continuerà a raccontare la balla del “piano carceri”? o deciderà finalmente di assumersi la responsabilità di quello che sta accadendo negli istituti penitenziari e di quello che potrà succedere nel 2010? E già, perché il sovraffollamento non è il prodotto di una congiunzione astrale, né del destino cinico e baro. E tantomeno è il frutto delle migrazioni planetarie. In galera non ci si va, se non c’è un titolo di reato che ti ci manda. E questo Governo non manca occasione per promettere più galera per tutti (pardon: per molti, per altri no …). Tre anni fa furono sufficienti 3000 detenuti in meno di quanto ce ne sono oggi per convincere il parlamento a votare a larghissima maggioranza una riduzione di pena che fece uscire di galera quasi 30mila persone. Basteranno quelli in più di oggi per rivedere le assurde limitazioni alle alternative alla detenzione, gli aggravi di pena, le custodie cautelari in carcere obbligatorie, le leggi carcerogene sulla droga e l’immigrazione? 65.774 auguri di un anno migliore! » Adriano Sofri, Contro l'ergastolo » Uno su tre dentro per droga
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Il Manifesto 29.12.2009 di Marco Bascetta La logica suicida e bipartisan del centrosinistra «Credo che la riforma dell'università possa diventare il primo esempio di riforma condivisa con l'opposizione», dichiarava al Corriere della sera qualche giorno fa il ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini. Malauguratamente è proprio così e non c'è da stupirsene. Infatti, aggiungendovi un po' di retorica bacchettona e una buona dose di arroganza, il ministro altro non ha fatto che muoversi lungo la rotta tracciata, ormai molti anni orsono, dal centrosinistra, da Zecchino e da quel Luigi Berlinguer del quale oggi riscuote il plauso. Una rotta che, di riforma in riforma, ha condotto l'università italiana all'attuale naufragio. Ma le menti fini del centrosinistra ragionano come quei liberisti argentini che di fronte alla bancarotta del paese ne attribuivano la causa all' insufficiente applicazione di quelle ricette, a loro care, che avevano appunto condotto l'Argentina alla catastrofe. Dopo decenni di chiacchere sul riavvicinamento tra il sistema della formazione e il mercato del lavoro la disoccupazione intellettuale prospera, per giunta in un clima di drammatico impoverimento culturale; dopo la frenetica moltiplicazione di assurdi insegnamenti e master psichedelici che avrebbero dovuto soddisfare la domanda di «professionalità» della società postmoderna, gli sprechi e la cialtroneria accademica si sono moltiplicati senza freni; dopo ripetuti appelli alle virtù salvifiche del privato non si è vista una lira, né uno stimolo degno di nota, semmai il proliferare di appetiti parassitari e messe in scena pubblicitarie; infine il sistema delle laure brevi, con il suo lessico bancario di debiti e di crediti, si è rivelato, ormai per ammissione di tutti, un fallimento devastante tanto sul piano dell'occupazione quanto su quello della formazione culturale. E, di fronte a tutto questo, l'onorevole Luigi Berlinguer esclama: brava Gelmini, continua su questo sentiero luminoso che con tanta lungimiranza abbiamo tracciato! Certo ci sono i tagli e il populismo utilitarista del ministro Tremonti che andrebbero arginati. Ma è mai possibile che i tecnocrati e i sopraffini negoziatori del Pd alla Enrico Letta non riescano a capire ciò che è chiaro anche all'ultima matricola e cioè che i «tagli» sono la riforma? Sono cioè un principio di redistribuzione e accentramento del potere destinato a rafforzare il baronato accademico e l'esecutivo ministeriale, nonché un'imprenditoria privata pigra, ignorante e avida di sovvenzioni. Per sottolineare quanto il governo tenga alla ricerca (quella di qualità sia chiaro, non quella che non si capisce dove vada a parare), la Gelmini ricorda le agevolazioni fiscali per 850 milioni previste a favore delle imprese che «studiano novità», meglio se coinvolgendo una università. Non ci vuole troppa fantasia per vedere frotte di conigli saltare dal cappello e legioni di inventori dell'acqua calda con astuto partner accademico raccomandarsi ai custodi ministeriali del merito e batter cassa. Mentre le risorse degli atenei si estinguono e il blocco del turn over e dei contratti di ricerca consolida i privilegi della gerontocrazia universitaria. Negli ultimi vent'anni, a partire dal movimento della Pantera e fino all'alta marea dell'Onda, solo dalla protesta degli studenti e dei ricercatori precari è venuta una parola di saggezza, un principio di razionalità, un'analisi lucida e precisa dei processi in corso. E solo da lì (e da forze intellettuali autonome dagli schieramenti politici) ci si può attendere un contrasto efficace alla miseria bipartisan che si sta preparando per l'università italiana.
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| Diario della crisi |     |
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Il Manifesto 29.12.2009 di Roberto Tesi diario DELLA CRISI Da Bergamo a Palermo Capodanno sul tetto per difendere il lavoro Per impedire lo smantellamento della fabbrica, ieri mattina si sono vissuti momenti di tensione a Seriate (Bergamo) davanti ai cancelli della Frattini, la storica azienda metalmeccanica orobica in crisi da mesi e nella quale 192 persone rischiano di perdere il posto di lavoro. I lavoratori, che dal 12 ottobre scorso presidiano ininterrottamente l'entrata della fabbrica, sono intervenuti per bloccare alcuni operai che - approfittando della pausa natalizia - cercavano di portare via due macchinari, trasferendoli nello stabilimento della Frattini Tech, il ramo d'azienda rilevato di recente dal gruppo tedesco Mall Herlan. Sul posto, per monitorare la situazione dal punto di vista dell'ordine pubblico, sono arrivati anche i carabinieri. Dopo un lungo confronto con i sindacati, i responsabili della Frattini Tech sono stati convinti a rinunciare al trasloco. Nel frattempo, il sindaco di Seriate Silvana Saita, ha annunciato che presto tornerà ad incontrare i vertici dell'azienda, per cercare di fare chiarezza sul futuro dei circa 200 dipendenti. Sempre in Lombardia, ieri, i tre custodi nominati per gestire l'ordinaria amministrazione della Agile (ex Eutelia) sono arrivati nella sede di Pregnana Milanese. Si tratta, è stato spiegato, di una visita esplorativa alla sede della società, dopo un Natale passato ancora in presidio per i lavoratori, e che si aggiunge a quella svolta già il 24 dicembre nella sede romana della Agile. Mentre prosegue lo studio della situazione a Pregnana, i custodi hanno chiesto tra l'altro la ripresa delle fatturazioni. «Hanno parlato brevemente con noi, poi sono entrati chiedendo di avere con sè anche quattro lavoratori per verificare le fatture», racconta sulla visita dei tre custodi il segretario della Fiom milanese, Maria Sciancati. Con loro c'erano anche alcuni dirigenti. «Stanno facendo un'istruttoria, un lavoro di studio esattamente in base a quanto indicato dal Tribunale di Roma». La ripresa delle fatturazioni serve a verificare «la possibilità di recuperare i crediti sulle commesse». Poi ha aggiunto: «non abbiamo nessuna intenzione di ostacolare il loro lavoro, svolto su mandato giudiziario del Tribunale di Roma. C'è però la necessità che si avvii velocemente un incontro del coordinamento nazionale per consentire la continuità dei lavoratori e garantire il reddito delle persone». E sempre per quanto riguarda la vicenda Agile-Eutelia, dure sono state le reazioni del sindacato (Fiom Cgil e Slc Cgil) alla notizia che la Rai ha rescisso il contratto con Agile per affidarlo a Ibm, «senza un minimo di confronto sindacale, e soprattutto senza che nè Rai nè Ibm si siano fatte garanti della continuità occupazionale delle decine di professionisti di Agile». Per un mantenimento delle commesse si era tra l'altro speso in prima persona lo stesso Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del consiglio. Sono senza stipendio da tre mesi anche i dipendenti di Voi City, azienda di call center scorporata qualche mese fa dalla società quotata in Borsa Omnia Network insieme a molti debiti e ora in gravi difficoltà. In attesa dell'incontro al ministero previsto per l'11 gennaio, i dipendenti sono in assemblea permanente. «Non siamo saliti sopra al tetto solo perchè è spiovente - dice Silvia Ventavoli, rsu - Ma la nostra è la stessa identica situazione di Eutelia». Resta caldo anche il fronte Fiat, sia a Termini Imerese che a Pomigliano. Per quanto riguarda lo stabilimento napoletano, continua l'occupazione dell'aula consiliare di Pomigliano d'Arco da parte degli operai precari della Fiat con contratto in scadenza tra fine dicembre e marzo. Per 38 lavoratori il contratto scade alla fine dell'anno. Per quanto riguarda lo stabilimento siciliano, è la segretaria Cgil Mariella Maggio a stigmatizzare il silenzio della regione Sicilia: «È mai possibile che dal governo regionale non venga nessuna proposta in vista del confronto che ci sarà dopo le feste e che a dare le carte, in assenza pure del governo nazionale, sia solo l'azienda?».È mai possibile, ad esempio, che dal governo regionale non venga nessuna proposta Intanto anche in altre regioni si lavora per cercare di trovare una soluzione alle crisi più acute. In Toscana ieri c'è stato un'incontro per la vertenza Rcr (cristalleria di Colle Val d'Elsa) con organizzazioni sindacali e istituzioni. Oggi, si prosegue in mattinata con la riunione con sindacati e istituzioni per la vertenza Serin, azienda di servizi di Pistoia e alle 15,30 con il tavolo per la reindustrializzazione dell'ex zuccherificio Sadam di Castiglion Fiorentino.
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| Disoccupazione,Produttività e Povertà |     |
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Il Manifesto 20.12.2009
di Joseph Halevi Ripresa debole? Vola la disoccupazione se sale la produttività «L'Italia riparte», intitolava il Sole 24 Ore di venerdì 18 dicembre, prendendo come oro colato le previsioni della Confindustria (proprietaria della testata, del resto). Un'operazione di imbonimento e imbambolamento perchè - come appare dal medesimo quotidiano - l'Istat ha reso noto che in ottobre il calo del fatturato nell'industria nel suo complesso era del 15,6% rispetto allo stesso mese del 2008. Per il periodo gennaio-ottobre 2009 si registra un crollo del 21,4% nei confronti dell'anno precedente. In relazione al settore delle macchine utensili il Sole 24 Ore riporta inoltre stime di una diminuzione del 30% per l'intero 2009, unita alla previsione di un ulteriore calo del 14% per l'anno prossimo. Di fronte a perdite di tali proporzioni, le imprese risultano oberate da capacità inutilizzate e da spese fisse di fronte alle quali nessuno schiacciamento salariale o «flessibilità» le potrà salvare da paurosi conti in rosso e da rovinosi fallimenti. La voragine apertasi nel settore delle macchine utensili costituisce un ulteriore passo nello svuotamento produttivo del paese. Le capacità innovative e di diversificazione industriale della Germania, del Giappone, di Taiwan, della Svezia dipendono proprio da questo tipo di macchine. In Italia il comparto non è immune dal nanismo industriale che affligge e vincola l'industria nazionale. La sua crisi sarà quindi difficilmente superabile e probabilmente si tradurrà in un aggravamento del degrado tecnologico, della capacità di occupare personale tecnico, ingegneristico e progettuale. Invece di parlare della gravità della situazione, il giornale confindustriale si aggrappa all'inconsistente ipotesi di una crescita del Pil dell'1,1% per il 2010: una dinamica che peraltro non corregge affatto l'implosione produttivo-occupazionale-tecnologico-conoscitiva di cui sopra. La speranza in una crescita debole - ma pur sempre crescita at last! - viene abbinata all'idea che l'aumento della disoccupazione sia da ascrivere a un inevitabile ritardo temporale. Noi staremmo insomma osservando la disoccupazione causata dalla caduta produttiva degli ultimi 18 mesi. Da più parti ci viene raccontato che la ripresa del Pil comporterà invece, a tempo debito, anche un recupero occupazionale, lieve nella fasi iniziali e sostanziale quando la ripresa si consoliderà nelle strategie delle imprese. Questa argomentazione è assolutamente errata. Con un tasso di crescita minimo, cioè dell'1-1,5%, la crescita dell'occupazione effettiva è possible solo se la produttività rimane stagnante. E' evidente che se la produttività aumentasse, poniamo, dell'1,7% su base annua, la crescita genererebbe ulteriore disoccupazione. Questa tematica venne sviluppata trent'anni fa in maniera molto articolata in un noto studio di Paolo Sylos Labini, intitolato Sindacati, inflazione, produttività. Analogamente, negli Usa negli anni Sessanta, fu formulata la «legge di Okun». Tenendo conto dell'impatto negativo della crescita della produttività sull'occupazione, essa stipulava che gli Usa potevano evitare il riemergere della disoccupazione solo crescendo ad un saggio superiore al 4% annuo. Ora, le crisi non hanno mai un'accezione statica. Durante il loro corso si effettuano ristrutturazioni, riorganizzazioni produttive e del lavoro che comportano sempre incrementi di produttività, anche in caso di Pil stagnante. Gli anni Trenta negli Usa ne costituiscono un lucido esempio. Ne consegue che se fossero vere le stime di un Pil a +1,1% nel 2010 e a +1,3% per il 2011, o si deve sperare che la produttività non aumenti o dovremmo attenderci una grande espansione della disoccupazione e della sottoccupazione.
Il Manifesto 20.12.2009
di Francesco Piccioni RAPPORTO CIES Cresce la povertà, in un welfare ormai ridotto all'osso Fra le poche istituzioni sopravvissute allo spoil system del centrodestra, c'è ancora il Cies (Commissione di indagine sull'esclusione sociale), voluto da Paolo Ferrero nella sua breve stagione da ministro della solidarietà. Diretta a Marco Revelli, la commissione sforna elaborazioni sui dati Istat e misura anche l'incidenza delle politiche «sociali» operate dai vari governi. Delimitando molto le «positività» raccontate in conferenza stampa, ma sempre mettendo davanti la rudezza dei dati. Il quadro, in effetti, non è roseo. La crisi iniziata ormai nell'agosto 2007, con l'esplosione della bolla dei mutui subprime e quindi dei prezzi delle case Usa, ha «bruscamente interrotto la tendenza alla pur insufficiente e limitata, e tuttavia visibile, regressione dell'indice di povertà relativa nel Mezzogiorno e il divario Nord-Sud». I numeri lo registrano con molta freddezza: nel 2008 l famiglie in condizione di «povertà relativa» sono state 2 milioni e 737mila, ovvero l'11,3% delle famiglie residenti e poco più di 8 milioni di individui. L'anno prima erano state 80.000 in meno. Di queste, un milione e 260mila famiglie sono definite «sicuramente povere», 90mila in più dell'anno prima. La «povertà relativa» indica i nuclei che hanno un livello di spesa mensile per due persone appena inferiore ai 1.000 euro, mentre le «sicuramente povere» spendono oltre il 20% in meno della media. Un altro milione e 762mila famiglia sono «quasi povere», distribuendosi tra chi può spendere tra il 10 e il 20% meno della media. Il 67,5% di quest famiglie si concentra al Sud, dove pure la popolazione rappresenta solo il 32,5% del totale nazionale. Se la passano sempre peggio i giovani, anche se lavorano e magari sono pure dotati di buoni titoli di studio. Il 6,4% dei laureati giovani risulta «povero»; il doppio di appena 10 anni fa. E tra chi lavora oggi il 10% resta comunque sotto la fatidica soglia dei «relativamente poveri». I numeri servono però a misurare anche gli effetti delle «misure sociali» sbandierate dai vari Sacconi e Tremonti. E allora: la «social card» - forse il provvedimento più appariscente, che sarebbe stato attivato verso 567mila persone - ha ridotto la «povertà assoluta» di appena lo 0,1% (dal 4,2 al 4,1), ovvero 40.000 famiglie su un milione. Appena il 25% delle famiglie «assolutamente povere» l'ha ricevuta (l'effetto migliore, spiega lo studio, l'ha avuto «dal punto di vista della predisposizione di una rete strutturale sul versante dell'input e dell'output). Stesso discorso per il «bonus straordinario» (76.800 percettori), in genere anziani soli e residenti al Sud (quasi nulla per famiglie giovani con bambini piccoli). Il «bonus elettrico risulta praticamente «non pervenuto»; la sua incidenza sui redditi è irrilevante. L'abolizione dell'Ici è stata invece una misura rivolta a tutt'altra fascia sociale: al 10% delle famiglie più povere è andato il 4% dello sgravio deciso da Prodi (ancora meno nella formulazione poi varata da Berlusconi); mentre il 70% del vantaggio è andato a vantaggio della metà più ricca della popolazione. Ovvie, in un certo senso, le ricadute di questi datti sulle «raccomandazioni» utili a immaginare «politiche di contrasto» della povertà che abbiano una qualche incidenza pratica. La cifra stanziata per quei provvedimenti ammonta a 192 milioni, mentre il bisogno richiederebbe 3,86 miliardi. Uno scarto che non ammette minimizzazioni. Torna pertanto con estrema forza e urgenza «l'esigenza di uniformare l'Italia agli altri paesi europei nell'adozione di un trasferimento universale e selettivo in funzione di contrasto alla povertà», naturalmente «condizionato al rispetto di precise regole di comportamento».
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